“Hamed” di Pasquale MORRA

Hamed
Rodolfo durante tutta l’estate non aveva percorso quella strada traversa, che in alternativa alla Statale di mattino intorno alle otto spesso attraversava per recarsi in ufficio; e non erano poche le volte che incappava nella chiusura del passaggio a livello, laddove talvolta la sosta durava un tempo che sembrava eterno: andirivieni continuo di treni, e le sbarre mimperterrite sembravano volere a bella posta indispettire le chilometriche fila di automobilisti in trepidante attesa.
In quello stesso posto, qualche lustro addietro d’improvviso era spuntato, come Minerva dalla testa di Giove, un bambino, come poi si seppe, di nazionalità marocchina; poteva egli avere già sette anni o al massimo otto; gli occhi neri come il carbone ed un sorriso smagliante perennemente stampato sul volto; e tutte le mattine, fredde o annunciatrici di canicola infernale che fossero, l’imberbe si augurava che più di un treno transitasse – fosse stato per lui quelle sbarre non le avrebbe mai alzate – dacché aveva così più tempo di avvicinare gli autisti e cercare di rimediare una monetina in cambio del suo ingenuo sorriso o di un pacchetto di fazzolettini di carta.
Ancora non era trascorso un lustro da quando aveva iniziato ad attraversare i binari dall’una a l’altra parte della strada ferrata, che, date le continue battutine di spirito cui partecipava di buon grado – pensate amici miei egli diceva di chiamarsi “Hamed”, e non si risentiva affatto le volte in cui qualcuno, diciamo così, non riusciva a pronunziare bene il suo nome! -, era diventato talmente scaltrito al punto che non era sempre facile tenergli testa nei motti di spirito.
Terminate le vacanze Rodolfo ripassando per quel luogo non vide Hamed: di lui nessuna traccia, salvo la logora bicicletta appoggiata al muro esterno di quella che doveva essere stata la guardiola prima del funzionamento automatico del passaggio a livello; ma, a distanza di una settimana, Rodolfo ripassò per quello stesso posto nella speranza di rivederlo; e questa volta, invece del bambino, notava un piccolo assembramento di persone, e tra queste due vigili urbani, un uomo in giacca e cravatta dall’aria seria e distinta ed un giovane, che, munito di rotella metrica, sembrava intento alla rilevazione di dati tecnici; sicché con cautela accostava ai margini della strada, discendeva dalla sua BMW e si addentrava nel gruppetto dei curiosi: effettivamente si trattava di un sopralluogo, anche se non ne comprendeva il motivo e ne’ chi lo avesse disposto.
E, pertanto, vinta una breve esitazione, si azzardava a chiedere direttamente all’uomo in giacca e cravatta cosa fosse successo; al che l’interpellato, con garbo, rispondeva: “qui oggi ad otto un nostro materiale proveniente da Salerno ha investito un ragazzino”.
Aveva compreso tutto, ma la sua mente si rifiutava di ammettere la triste verità: Hamed, non è possibile si diceva: non ha detto treno, ha detto “materiale”; solo dopo qualche attimo compiva che era la stessa cosa, che si trattava solo di una questione gergale; immantinente allora prese a scappare verso la sua auto come corre in bagno chi è preso da un forte conato di vomito; e – una volta nell’abitacolo – a prorompere in un pianto dirotto come solo una volta già gli era capitato nella vita.

(Pasquale Morra)

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