“Levi-Matteo, collettore di imposte in Cafarnao” di Giulia Maria BARBARULO

Secondo la visione hegeliana, l’umanità si evolve nel realizzarsi sempre più perfetto e perfettibile della Ragione dispiegantesi nel costrutto storico. Sicuro e certo è, quindi, il progresso. Eppure, alcuni fondamenti del vivere comune, alcuni problemi sociali restano, pure nel mutare dei
tempi, elementi statici, cruciali e complessi e, a volte, insolubili. O, comunque, sempre proponibili e mai del tutto componibili.
Tale il problema del fisco, il gravame delle imposte.
La vicenda esistenziale di Levi-Matteo, figlio di Alfeo, pubblicano e gabelliere, rispecchia uno spaccato attualissimo della società contemporanea.
Ma, nel doganiere Maffeo, nell’esattore che frodava sul “surplus” delle riscossioni, traditore della
patria, impuro e peccatore, privato dalle autorità giudaiche di molti diritti civili, come quello di rendere testimonianza si nascondeva certamente un desiderio di giustizia e di equità sociale.
Altrimenti, la sua conversione e la sua chiamata risulterebbero incomprensibili e inspiegabili.
Oggi, avvengono tra quelli che contano sempre più frequenti incontri formali per negoziare qualcosa. Molte volte, senza alcun costrutto.
Nel convito in casa Levi, invece, Gesù enuncia il “credo” del movimento nazareno, opposto sia all’estremismo che al conservatorismo del tempo, in nome di una maggiore democraticità ed
uguaglianza (“Nihil novi sub sole” Destra e Sinistra schierate ideologicamente, dalla notte dei
tempi).
Questo il testo: ” Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate e imparate cosa significhi
misericordia, e non sacrificio. Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori.”
Così Gesù si rappresenta ai farisei, agli ipocriti che allora, come ora, avvelenano e confondono la vita sociale, generando drammatici risentimenti tra i cittadini.
Una chiarezza di intenti e di giudizio, oggi pressoché introvabile.
L’antagonismo ferreo, la distanza di vedute e di visioni, e, perché no? , la pochezza intellettuale e l’incoerenza morale hanno reso la nostra società litigiosa, a volte ingovernabile, causa la verità
“solo di parte” e gli interessi settari che finiscono per sormontare i principi universali di libertà e di giustizia.
Magari la nostra società potesse vantare un Salvatore della patria che passa, vede, chiama: “Seguimi” e un Levi- Matteo, dono di Dio (questo il significato del nome, in ebraico) che risponde
prontamente e si ridenomina nella dignità dei chiamati: più che la saggezza dello sciocco, Matteo si rappresenta nella follia dei saggi, nel coraggio e nella determinazione di appartenere alla sequela di
Cristo, ai giusti, ai misericordiosi.
Forse tornare all’antico suonerebbe segno di progresso, ha detto qualcuno.
Sul lato esterno del muro di Delfi v’era scritto: “Niente di troppo”.
Gli antichi ci suggeriscono, dunque, come valore la medietà, la normalità, la semplicità.
Così Papa Francesco.
Perché altro è povertà, altro miseria. Altro è povertà onorevole, altro povertà cenciosa. Altro indigenza, altro povertà di idee o dichiarazioni di intenti altisonanti, altro capacità di inventiva e di iniziativa.
Troppo impegnati a compiangerci non ci rendiamo conto delle molte potenzialità del nostro Paese.
Altro è essere gregari (ha detto qualcuno), altro spiriti liberi, capaci di prontezza, come Matteo che
risponde alla chiamata, senza esitazione alcuna.
Altro è decadenza, altro volontà di reazione.
Altro è miseria, altro è miserie, calcolo, viltà d’animo, povertà di spirito.
Ed altro ancora è il povero di spirito, nell’accezione evangelica, di chi è libero dalle vanità mondane. Altro è l’indigenza, altro la “mendicità” dei questuanti.
Matteo lascia prontamente il profitto del “denaro sporco” ed è solo dopo che diventa veramente ricco.
Perché non è Mercurio, il dio del commercio, che stabilisce il listino prezzi, ma è Cristo, l’Unto, che enuncia la scala dei valori.
Bisogna forse superare la crisi attuale, tornando alla normalità, al New Normal (ha detto qualcuno), ridando dignità al lavoro e valore non solo strumentale al denaro. Così ammonisce la vicenda
esistenziale di Matteo.
Eppure, ancora oggi più che mai, i dissesti, le crisi sociali, i momenti peggiori ci provengono generalmente da un drappello di finanzieri che dettano i loro diktat, che agiscono solo per tornaconto personale e non per il bene collettivo.
Le ruberie sono indomabili nell’Uomo più che i terremoti in Natura.
Senza contare che, oggi, non possiamo neppure più affidarci al potere provvidenziale della mano invisibile del mercato, datala globalizzazione e la libera circolazione di merci e di persone.
Il movimento nazareno cui si lega Matteo invita tutti, così come Papa Francesco, a rivalutare la dimensione della semplicità, nel tempo della scarsità.
Meritevoli entrambi di “piena fiducia e di non piccola lode”.
Tra l’altro, a Matteo viene attribuito il primo Vangelo *Katà Matthaion” “Secundum Matthaeum”
che contiene iI “Discorso della montagna” con i punti più salienti della nuova etica promulgata da Gesù: tutti siamo bisognosi di ammonimenti di umiltà e di carità, di generosità e di misericordia,
oscillanti come siamo tra entusiasmo ed ostilità, tra condanna e sublimazione.
Ancora una volta ci rendiamo conto che la cultura umanistica che punta sul valore-uomo e sulla persona non solo non è inutile fardello, ma necessità imprescindibile.
Qualcuno ha osservato che non sono le scienze dure, la tecnologia, ma i saperi umanistici che ci insegnano “l’abbondanza frugale”, fatta di sobrietà, amicizia, convivialità, piuttosto che individualismo, dissipazione, sprechi, autoreferenzialità, indifferenza e cinismo.
Non si può affidare il nostro futuro alla libertà individuale e narcisistica.
Urge ritrovare il cuore, l’anima, il sentimento soffocati dall’opportunismo, dai preconcetti, dall’ imperante plutocrazia che innalza il denaro a valore assoluto e prevaricante.
Bisogna tendere alla purezza morale (così Papa Francesco), agli stati di coscienza, all’interiorità.
Ma anche sul versante laico, Jean Monnet, tra i padri dell’Europa unita, così ci ammoniva:
” Quel che conta non è essere ottimisti o pessimisti, ma essere determinati.”
Come Matteo, appunto. Con quella prontezza, quell’ imperativo che non ammette né obiezioni né dissenzienti.
“Seguimi” E Matteo, alzatosi, lo seguì”.
Col suo carico di progettualità e di risposta.
Levi – Matteo, martire in Etiopia.
Matteo è patrono giustamente della Guardia di Finanza.
Le sue ceneri, traslate nella chiesetta-capanna di Casalvelino, sono conservate da tempo nella cripta del Duomo di Salerno.
Accanto la spada, simbolo del suo martirio.
In quanto a me, oltre a riconoscergli i fondamenti stessi del nostro stare al mondo, provo intensa commozione di fronte alla statua del Santo portato in processione per le strade più importanti della
città, rappresentatoci, secondo la tradizione iconografica più autorevole, vecchio e barbuto. Ma, ancor di più, colgo un fascino particolare nell’alzata e relativo cerchio di danza delle altre statue di santi che I’accompagnano, sul sagrato della Chiesa. Rito sacrale commovente. Spettacolare !
E per finire, per porre un termine “post quem” sento di non dover dimenticare, tra l’altro l’iconografia con cui ci viene rappresentato Matteo, da pittori e artisti.
Caravaggio, in primis, con la sua bellissima “vocazione di San Matteo”,

 dipinto a olio su tela,
allocato nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, in Roma:
squarci di luce bianca, la Grazia,
investono tutti gli uomini, lasciandoli però, liberi di aderire o meno alla chiamata della Provvidenza,
alla “Vocazione”.
Chi resta a capo chino è accecato dal denaro o è distratto dalle quotidiane
occupazioni.
Così è, se vi pare!

Giulia Maria Barbarulo – Tel. 0891334646
Email : giuliamariabarbarulo@hotmail.it

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