“Il mal d’Europa ed il Vangelo secondo Matteo” di GIULIA MARIA BARBARULO

Giulia Maria Barbarulo, cilentana d’origine, ha insegnato materie letterarie nelle scuole superiori. Vive a Pellezzano (Sa),  da sempre scrive e compone liriche , che  sanno emozionare il cuore e l’anima. I suoi libri di poesie, hanno vinto innumerevoli riconoscimenti, tra i quali il premio Canepa, nel 2001, alla Fiera del Libro di Torino.

Ha detto di lei il PROF. Francesco d’Episcopo (docente, ha insegnato Letteratura Italiana e Critica letteraria e letterature comparate, spendendo la maggior parte dei suoi studi nell’Umanesimo e nella letteratura meridionale. Cacciatore di scrittori, storico e critico letterario,giornalista, critico d’arte ed attivo promotore culturale ed editoriale. Presso le Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli, dirige la collana Biblioteca del Molise e del Sannio) :

” Giulia Maria Barbarulo, scoperta salernitana di chi scrive, si segnala come una nuova, autentica promessa e certezza della nostra poesia “.

Di seguito alcune sue riflessioni sull’EUROPA in relazione con il VANGELO SECONDO MATTEO.

 

Il mal d’Europa e il Vangelo secondo Matteo

Sì, può accadere che ci si svegli una mattina e si avverta l’insopprimibile vaghezza di andare alla fonte. Mi spiego: di capire il libro dei libri, la Bibbia, e di leggerlo, senza dover aspettare l’omelia domenicale o l’esegesi ufficiale della Chiesa. In questo scenario storico che ci è dato vivere, di errori e di orrori, di qualunquismo diffuso, di problemi e problematiche particolarmente inestricabili, si sente il bisogno di cercare lumi autorevoli e probanti. Di ascoltare la parola di Dio nel silenzio della propria anima, per ritrovare la sorgente della luce, cioè la coscienza pura. Al di là di un mal condiviso e malinteso ethos sociale, non sempre in sincrono con la nostra interiorità.

Perché la politica è altro dalla morale !

S’avanza, ahi noi, un’Europa oscura e confusa. Si ha I’ impressione che i tecnocrati abbiano esautorato l’uomo e la democrazia, per una manifesta egemonia della scienza triste. E per una crescente tendenza alla diseguaglianza sociale, sulla scia di un’inseguita aristocrazia del denaro. Girovagando, dunque, mentalmente tra i brani del Vangelo secondo Matteo alla ricerca di evidenze, di quelle fulminanti che scuotano le coscienze, ho ritrovato il sorriso interiore, il tendere verso l’altro, in gratuita d’intenti. Consapevole come sono, comunque, che la Chiesa nutre una certa prudente diffidenza verso il laicismo, ho stilato una mia ideale lista-gerarchia di valori, sulla scorta di parole particolarmente incisive, feconde sempre, al di là della transitorietà delle cose e f impermanenza della politica e della storia.

La regola aurea? Questa: “Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!”

La chiave di lettura, ovviamente, non è solo letterale, ma altamente simbolica. Parole da brivido anche queste: ” Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.” E ancora: “Tutto questo volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.”

“Chi vuol diventare grande tra voi, sarà vostro schiavo.”

In questa ottica, certo il potere politico non potrebbe mai fare da modello. La politica come servizio? Di là da venire.

Ciò che conta non sono le parole e nemmeno le azioni straordinarie, ma la fedeltà a questo insegnamento. Ma, anche da parte nostra, non ci si deve limitare a criticare solo il comportamento formalistico e disumano di alcuni governi o anche quello passivo e fatalista di altri, accondiscendente e compiacente.  E’ da riscoprire in noi una capacità di segno. Non fare, cioè, come gli abitanti di Gadara, secondo quanto si legge nel Vangelo secondo Matteo, che, spaventati dall’esigenza di generosità posta da Gesù, lo pregarono di lasciare il loro territorio. Non basta restare nella nostra comoda sicurezza borghese, ma essere capaci, come Gesù, di salire sulla barca e passare all’altra riva, sperimentare lo spirito del male.

“Dà a chi ti chiede… e non voltare le spalle”

Precetto della Legge antica era l’amore del vicino, della Legge nuova è l’amore di tutti gli uomini vicini o lontani, amici o nemici. ” Così è volontà del Padre Vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.” E ancora, sulla falsariga del testo sacro secondo Matteo, vengono menzionate le tre grandi opere di giustizia, quelle che rendono giusti agli occhi del Signore, tra esse c’è il dono. Speculare e avversa la parabola del debitore spietato: “Non respingere mai un fratello, ma condonagli i debiti, come Dio fa con noi.”

Saremo capaci di ciò?

La realizzazione personale avviene sulla misura dell’accoglienza: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca…. in verità vi dico: non perderà la sua ricompensa.” E che dire della parabola del granello di senape, il più piccolo di tutti, ma una volta cresciuto, il più grande delle altre piante dell’orto. Senza contare i cinque pani per i cinquemila e i sette pani per i quattromila. E questa l’amorevole sollecitudine di Dio per la travagliata vita dell’uomo. Altro testo esemplare, a fondamento della formazione degli Stati Europei, oltre la radice cristiana, è la Dichiarazione di diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Testo che, per gli immortali principi ivi contenuti, fu sentito al suo apparire, come un nuovo Vangelo. Dichiarazione da cui ha preso le mosse la moderna Europa degli Stati Nazionali: la sua componente liberal-democratica. Tra gli articoli, mi piace ricordare quell’art. 21 che così recita:

“I soccorsi pubblici sono un debito sacro. La società deve provvedere alla sussistenza dei cittadini bisognosi, sia procurando loro lavoro, sia assicurando i mezzi d’esistenza a chi non è in grado di lavorare.”

Frasi lapidarie che colpiscono e non tanto per l’obbligo della società di garantire a tutti i mezzi di sussistenza, quanto per l’aggettivo “sacro”, usato da giuristi laicissimi e, persino, di mal nascosta contiguità rivoluzionaria. Sacro vuole dire intoccabile, che ci lega al rispetto, pena l’empio sacrilegio, la violazione indegna, ignominiosa. Che comporta vituperio e disonore. E che dire del diritto di esistenza, centrato, ahimè da un personaggio controverso e contraddittorio, Robespierre, vituperato per il suo radicalismo estremo. In un suo discorso, così:” I1 primo diritto è quello di esistere, la prima legge sociale è quindi quella che garantisce a tutti i membri della società i mezzi di esistenza: tutte le altre sono subordinate.” E ancora, l’art. I :

” Lo scopo della società è il bene comune… garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili” E, a seguire l’ art.2: ” Questi diritti sono l’eguaglianza, la libertà, la sicurezza….” Art. 3: “ Tutti gli uomini sono uguali per natura . . .. E di fronte la legge.”

Perché checchè se ne dica o se ne pensi nel nostro “hortus conclusus” non ci si può sottrarre alla rigenerazione del genere umano. Il filosofo Kant distingueva, infatti, l’uso privato della ragione, che è assolutamente libero, dall’uso pubblico della ragione che può essere limitato per il progresso dell’umanità. Nel ’91 lo sbarco nei porti pugliesi di migliaia di Albanesi, spinti dalla miseria e dall’insicurezza, fu la prima avvisaglia di un esodo dalle proporzioni incalcolabili e suscitò un vivace dibattito sulla stampa internazionale. Sì parlò di sogno occidentale: inseguimento di un sogno collettivo e lo scontro brutale tra aspettativa e realtà. Ma tant’è, il desiderio è fonte di vita, è la vita stessa. E non è lecito abbandonare i migranti alla loro disperazione.

Lo scacco della politica internazionale è imputabile forse all’emersa incapacità a governare un corso delle cose che mette in serio pericolo equilibri consolidati, che genera “degrado e decadenza opulenta”.

Una dualità politica che nega la stessa idea regolativa dell’uguaglianza, con la deriva non tanto sotterranea di un conflitto inter-etnico. Si può ancora credere nell’ idea di un’ Europa unita, senza i localismi emergenti né le nazionalità “potentiores”? Sì, si può se in cammino con la storia, accettiamo l’idea della trans-nazionalità. Oggi si vive di molte realtà locali, nazionali, ma anche sovranazionali che mancano, però, di una sintesi politica. Il motto dell’Europa non è

“In diversitate coniuncti”?

Ci può essere unità nella diversità? Sì, andando verso stili di vita sovranazionali. Bisogna allora puntare sul capitale umano, in questa curva della Storia. Il crogiolo dell’Europa fa pensare a un declino dell’idea di nazione. E anche l’economia nazionale dipende dal mercato e dall’economia mondiale.

Al capezzale dell’Europa ammalata sono stati chiamati tanti guaritori accreditati, occasionali, appellanti e inconcludenti, tuzioristi o spregiudicati, filantropi generici o scettici di bell’acqua, pacieri e pacifici per un consulto comune. Ma, solo il re taumaturgo, tra tutti ha saputo diagnosticare, il male oscuro, il morbo dell’anima: l’indifferentismo, anticamera dell’egoismo, malattia curabile con mezzi non misurabili con il relativismo di valori morali e sociali, non spendibili nel quadro di un ferrea tecnocrazia economica, dietro al vento delle multinazionali. L’Europa dovrà ricordarsi di avere un’anima e di riscoprire una virtù non scritta: la frugalità contro il consumismo e lo spreco delle risorse mondiali.

Il male dell’Europa è, dunque, una crisi spirituale, terreno ideale di sfaldamento e di dispersione di talenti.

San Gerolamo, dalla Palestina alla notizia del sacco di Roma, da parte del “barbaro” Alarico, così ebbe a dire: ” Si è spenta la luce di tutto il mondo”. Di cosa abbiamo bisogno? Di un nuovo umanesimo. Ce lo impongono le parole del Vangelo secondo Matteo, ce lo suggerisce la visione del Cristo di Cimabue, carico di tutte le sventure e le scelleratezze umane.

Giulia Maria Barbarulo tel. 0891334646 Email: giuliamariabarbarulo@hotmail.it

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